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Ecopsicologia in azione

Il business delle risorse idriche Navi cariche d'acqua dall'Alaska all'India

dalla rassegna stampa di un gas qui a Padova (Altragricoltura)

Dossier/Il business delle risorse idriche.
Navi cariche d'acqua dall'Alaska all'India.
Un'azienda texana apre l'era dell'oro blu: 45 miliardi di litri prelevati ogni anno per
venderli sui mercati dell'Oriente.

L'acqua si avvia a diventare il petrolio del XXI secolo, un bene prezioso da trasportare
in enormi navi-cisterna da un continente all'altro (e a caro prezzo) per
sopperire a bisogni essenziali. Nello scorso weekend un'azienda del Texas ha
annunciato l'avvio di un enorme progetto transoceanico, in base al quale, ogni
anno, 45 miliardi di litri d'acqua verranno prelevati da un lago dell'ALASKA,
caricati su grandi serbatoi galleggianti, tipo petroliere, portati al di la'
dell'Oceano Pacifico e dell'Oceano Indiano fino a un enorme serbatoio vicino a
Mumbai, in India, che servira' da <hub>, cioe' da centro di smistamento.
Da qui l'acqua sara' distribuita nella stessa India ma soprattutto nei piu'
assetati (e solvibili) fra i Paesi del Medio Oriente, a partire dall'Arabia
Saudita e dai ricchi sceiccati del Golfo Persico. La meta piu' distante (in una
prima fase) sara' l'Iraq. Quest'acqua verra' in parte imbottigliata per essere
bevuta, ma in grande misura sara' deviata a usi industriali, agricoli e di
igiene pubblica. All'inizio, dato il costo non lieve dell'operazione, gli usi
diversi dall'imbottigliamento verranno limitati ad attivita' sofisticate che
richiedono molta acqua pulita, ad esempio l'industria farmaceutica, ma col
passare degli anni e l'infittirsi del traffico di navi-cisterna diventera'
sempre piu' comune utilizzare per gli scopi piu' vari, anche i piu' dozzinali,
acqua proveniente da altri continenti. L'azienda americana che avvia il business
e' la S2C Global Systems di San Antonio, Texas. L'acqua verra' prelevata dal
Blue Lake di Sitka, ALASKA, in un'isola appartenente agli Stati Uniti, collocata
nell'arcipelago di fronte alla costa orientale del Canada. Il Blue Lake ha il
grande vantaggio che la sua acqua e' pura e buona da bere (o da destinare ad
altri usi che richiedano acqua pura) senza bisogno di essere depurata. Inoltre
ce n'e' in quantita', e al momento e' troppa per i bisogni dell'esigua
popolazione locale. L'oceano vicino al Blue Lake permettera' l'attracco e il
caricamento di navi-serbatoio capaci di tenere in pancia 302.833 metri cubi,
come una grande petroliera. Presto verranno predisposte le attrezzature di
ormeggio. Ogni nave compira' il tragitto verso un'isoletta a Sud di Mumbai (la
vecchia Bombay) in 30 giorni, durante i quali un sistema di
<ozonizzazione> manterra' il liquido puro. Poi l'acqua verra' scaricata in
grandi serbatoi e da qui sara' in parte imbottigliata, in parte versata e
sigillata in grandi taniche per usi diversi, in parte caricata su una flottiglia
di navi-cisterna piu' piccole, che facendo la spola la porteranno al massimo
entro 4 giorni alle destinazioni finali in Medio Oriente (la meta piu' lontana
sara' il porto di Umm Qasr in Iraq). Questa e consimili nuove rotte commerciali
con l'acqua come merce trasportata disegneranno una geografia economica diversa
da quella cui siamo abituati, con i flussi di risorse invertiti, non diretti dai
Paesi in via di sviluppo a quelli ricchi ma nel senso opposto. Infatti della
risorsa acqua sono dotati, in misura sufficiente all'export su larga scala,
soprattutto alcuni Paesi sviluppati: oggi tocca all'ALASKA, domani probabilmente
vedremo rotte dal Canada, dalla Scandinavia, dalla Nuova Zelanda, forse dal Cile
e dall'Argentina, che sono Paesi semi-ricchi, ma piu' difficilmente dal Brasile,
dal Congo o dall'Egitto, perche' non basta avere molta acqua per esportarla.
Deve anche essere disponibile in riserve naturali incontaminate, come i laghi
vicino ai ghiacciai (depurarla prima di imbarcarla sulle navi-cisterna
costerebbe troppo), e collocate in zone montuose si' ma anche prossime al mare.
Su questi aspetti la geografia favorisce pochi Paesi, che sono gia' favoriti
dalla sorte per altre ragioni. Il destino spesso distribuisce le carte in modo
ingiusto. Il parallelo fra petrolio e acqua regge non solo per i trasporti via
navi-serbatoio ma anche per le tubature a lunga distanza. C'e' un progetto per
portare in questo modo l'acqua attraverso il Mare Adriatico dai Balcani, che ne
sono ricchi, all'Italia che ne ha bisogno; in questo caso si tratterebbe di un
flusso di segno tradizionale, cioe' con la materia prima che viene fornita dai
Paesi piu' poveri a quelli piu' ricchi. Notevole pero' che il trasporto
internazionale su lunghissima distanza tramite tubi venga adesso concepito anche
per l'acqua, mentre finora il costo di condotte molto lunghe si giustificava non
per gli acquedotti ma solo per gli oleodotti, che trasportano un prodotto
economicamente molto piu' pregiato. Ovviamente il timore e' che il parallelo fra
petrolio e acqua si possa spingere anche oltre, e che cosi' come si sono fatte
guerre per il petrolio possano farsene, in futuro, anche per il controllo delle
risorse idriche: tensioni sono gia' sorte fra Turchia, Siria e Iraq per le acque
del Tigri e dell'Eufrate, fra Israele e gli arabi per il Giordano, fra i Paesi
andini e il Brasile per il Rio delle Amazzoni. Con la popolazione che cresce e i
consumi agricoli e industriali in pieno boom, l'acqua potabile, o comunque
pulita, sara' sempre piu' contesa. Si puo' desalare quella del mare, e questo
gia' si fa, pero' richiede molta energia. Secondo la S2C il trasporto a lunga
distanza e' competitivo. (di GRASSIA
LUIGI)
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INTERVISTA "No agli inganni del finto sviluppo".
Vandana Shiva: l'acqua privatizzata portera' solo guerre.

Cita Gandhi: <La terra offre abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l'avidita' di ciascuno>. E lancia
un'occhiata perplessa. Aveva visto giusto il Mahatma. Aveva visto giusto anche
lei, Vandana Shiva, 58 anni, indiana di Dehra Dun, vice presidente di Slow Food
e fondatrice di Navdanya, organizzazione non governativa a difesa della
biodiversita', quando nel 2002 scrisse <Le guerre dell'acqua>. Un libro
che annunciava una tesi ben precisa: <Se i conflitti di fine del secolo
scorso e d'inizio millennio sono stati combattuti per il petrolio, nel
ventunesimo secolo si e' aperta anche un'altra feroce battaglia: quella per
l'acqua>. Un salto all'indietro nel tempo: <La maggior parte delle guerre
del passato furono combattute sui bordi dei fiumi, da popoli che si battevano
per il possesso dei corsi d'acqua con cui coltivare le terre a ridosso. Ecco, e'
li' che stiamo tornando>. Tra ALASKA, India e Medio Oriente, pero', non si
combattera' una guerra. E' stato siglato un accordo. C'e' una bella differenza,
con crede? <No, non c'e' molta differenza, perche' la logica a cui rispondono
tutti questi fatti - che siano conflitti o accordi - e' la stessa. Si chiama
sviluppo distruttivo ed e' composta di molti tasselli: deforestazione che spezza
il ciclo dell'acqua, attivita' estrattiva, diffusione dell'agricoltura
industriale, sostituzione dei sistemi delle comunita' locali con la logica della
produzione intensiva. Infine, privatizzazione dell'acqua. Queste azioni,
combinate, hanno favorito fenomeni come la desertificazione e la salinizzazione
di mole aree del pianeta>. Con quali conseguenze? <Portare il mondo
all'attuale crisi idrica e alle guerre. L'acqua e' diventa scarsa. Ed e'
diventata merce. Si sta privatizzando nel silenzio dei governi. E tra gli
effetti c'e' l'aumento delle tariffe e la mancanza di garanzie sulla qualita'.
Se l'acqua diventa una risorsa scarsa chi la controlla puo' moltiplicare i
profitti. E' quel che sta accadendo> >. Che male c'e' se chi non dispone
di adeguate risorse idriche si rifornisce da chi ne ha in abbondanza?
<Centinaia di navi a solcare gli oceani e macinare petrolio, tanto per fare
un esempio. Senza contare che la tesi di fondo va ribaltata: quell'acqua non
servira' per aiutare alcune popolazioni a sopravvivere, ma per dare linfa
all'agricoltura intensiva>. Piu' cibo per tutti, no? <No. So che sembra
paradossale ma e' cosi'. Tutta quell'acqua a cosa servira'? Ad alimentare il
grande business legato alle monoculture la' dove invece, ci sarebbe bisogno di
preservare la biodiversita'. Monoculture come la soia non risolvono i problemi
legati al cibo. Li creano. E' un circolo vizioso: il circuito della produzione
industriale ha bisogno dello spreco per creare surplus. L'agricoltura
meccanizzata e la vendita di massa richiedono uniformita', che si traduce in
ulteriore spreco: frutti e ortaggi che non rispettano le misure standard devono
essere buttati via. Non e' l'unica dilapidazione di risorse>. C'e'
dell'altro? <L'agricoltura industriale utilizza il quintuplo dell'acqua
rispetto alle colture tradizionali per ottenere gli stessi quantitativi di grano
e riso. In India, ogni anno il 75 per cento della nostra acqua, 536 miliardi di
litri, viene utilizzato per irrigare i campi. E questo perche' si e' imposto di
sostituire colture come il miglio con la canna da zucchero, che per crescere
consuma risorse in quantita' esponenziali. Come minimo siamo di fronte a una
rivoluzione inefficiente, regressiva>. Produzioni intensive, milioni di litri
d'acqua in fumo, cibo buttato via. Sembra un controsenso: come e' possibile
questo controsenso? <Le multinazionali detengono il monopolio dei semi e lo
impongono a chiunque voglia coltivare. Prezzi altissimi per sementi ''suicide''
che non si riproducono, ma vanno ripiantate ogni anno, e per produrre hanno
bisogno di enormi quantita' d'acqua. Ecco perche' quindici anni di coltivazioni
intensive hanno saccheggiato le falde acquifere. Ora chi e' rimasto senza e puo'
pagare e' costretto ad acquistare acqua da chi ne ha in abbondanza. Chi e' senza
soldi resta a bocca asciutta. E quando il denaro finira' per tutti, spunteranno
le armi>. (di Rossi Andrea)

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